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Città

Fontana dell’Elefante

da GGulisano 17/06/2017
scritto da GGulisano

catania la fontana dell elefante in piazza del duomo

La fontana dell’Elefante è una opera monumentale realizzata tra il 1735 e il 1737 dall’architetto Giovanni Battista Vaccarini. È collocata al centro della Piazza del Duomo di Catania. Il suo elemento principale è una statua di basalto nero che raffigura un elefante, chiamato comunemente u Liotru e considerato l’emblema della città siciliana.

La fontana dell’Elefante è stata realizzata da Vaccarini nell’ambito della ricostruzione della città etnea dopo il terremoto dell’11 gennaio 1693. In modo acritico è stato ribadito che l’architetto palermitano si ispirò all’Obelisco della Minerva di Gian Lorenzo Bernini. In realtà l’iconografia dell’elefante sormontato da un obelisco con palla sulla sommità è documentata nell’Hypnerotomachia Poliphili (Venezia, 1499) attribuita a Francesco Colonna.

Il basamento è formato da un piedistallo di marmo bianco situato al centro di una vasca, anch’essa in marmo, in cui cadono dei getti d’acqua che fuoriescono dal basamento. Sul basamento due sculture riproducono i due fiumi di Catania, il Simeto e l’Amenano. Al di sopra si trova la statua dell’elefante, rivolto con la proboscide verso la cattedrale di Sant’Agata. Questa statua di epoca incerta era originariamente ricavata da un unico blocco di pietra lavica, ma a seguito del sisma del 1693 si frantumarono le zampe posteriori, restaurate dallo stesso Vaccarini in vista della sua collocazione nella piazza. Durante il restauro l’architetto aggiunse i bianchi occhi e le zanne in pietra calcarea. Ai lati dell’elefante cade una gualdrappa marmorea sulla quale sono incisi gli stemmi di sant’Agata, patrona di Catania.

Sulla schiena dell’animale si trova un obelisco egittizzante, alto 3,66 metri, in granito, ipoteticamente di Syene; non ha geroglifici, ma è decorato da figure di stile egizio che non costituiscono una scrittura geroglifica di senso compiuto. Di cronologia incerta, forse era una delle due mete dell’antico circo romano di Catania, l’altro, più frammentario, si trova invece nel cortile del Castello Ursino. Sulla parte sommitale dell’obelisco sono stati montati un globo, circondato da una corona di una foglia di palma (rappresentante il martirio) e di un ramo di gigli (rappresentante la purezza), più sopra una tavoletta metallica su cui vi è l’iscrizione dedicata a sant’Agata con l’acronimo “MSSHDPL” («Mente sana e sincera, per l’onore di Dio e per la liberazione della sua patria»), e infine una croce.

17/06/2017 0 commenti
Città

Palazzo degli Elefanti

da GGulisano 17/06/2017
scritto da GGulisano

Catania palazzo degli elefanti

Sorge sul lato nord della scenografica piazza Duomo. Alla sua costruzione, nel 1696 subito dopo il terribile terremoto del 1693, parteciparono numerosi architetti: il progetto originale fu realizzato da Giovan Battista Longobardo nel 1696, le facciate est, sud e ovest furono progettate da Giovanni Battista Vaccarini mentre quella nord fu realizzata da Carmelo Battaglia.

Lo scalone d’onore che si apre sulla corte interna fu inserito infine nel XIX secolo da Stefano Ittar.

All’interno del palazzo esiste un cortile quadrangolare con portici su due lati. Nell’androne del palazzo vengono conservate due carrozze del Settecento di cui una berlina che viene usata durante i festeggiamenti di sant’Agata per portare il sindaco alla chiesa di Sant’Agata alla Fornace per la processione del giorno 3 febbraio.

Nel salone d’onore al primo piano sono conservati dipinti del pittore catanese Giuseppe Sciuti.

Il 14 dicembre 1944, a seguito di tumulti popolari, il municipio venne incendiato ed andarono persi i preziosi archivi storici del comune. Dopo l’incendio le sale interne vennero nuovamente arredate nello stile originario ed il palazzo venne riaperto il 14 dicembre 1952 (anniversario dell’incendio).

17/06/2017 0 commenti
Città

Basilica Maria Santissima dell’Elemosina (Basilica Collegiata)

da GGulisano 17/06/2017
scritto da GGulisano

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La basilica Maria Santissima dell’Elemosina, meglio conosciuta come la basilica della collegiata, è una chiesa tardo barocca posta lungo la via Etnea, a breve distanza dal palazzo dell’Università, a Catania.

La chiesa fu ricostruita nei primi anni del XVIII secolo, come gran parte della città di Catania, distrutta dal terremoto del 1693. La facciata, progettata da Stefano Ittar, è un magistrale esempio di barocco catanese.

L’interno è a pianta basilicale a tre navate, delimitate da otto pilastri, e tre absidi, delle quali quella centrale è notevolmente allungata per la realizzazione del coro dei canonici. Dietro l’altare maggiore è posto un organo ligneo del XVIII secolo e lateralmente un coro ligneo con 36 stalli.

Nel 1896 Giuseppe Sciuti dipinse a fresco la volta e la cupola della chiesa con diverse immagini della Beata Vergine Maria, angeli e santi.

17/06/2017 0 commenti
Città

Monastero di San Benedetto

da GGulisano 17/06/2017
scritto da GGulisano

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Il Monastero di San Benedetto, sito in via Crociferi – già patrimonio UNESCO – è uno dei simboli della città di Catania, riconoscibile dall’arco che si apre sulla via e che congiunge la badia grande del Monastero con la badia piccola in cui oggi ha sede il MacS – Museo di Arte Contemporanea Sicilia. Dopo tre secoli di clausura, dall’aprile 2013 è possibile oltrepassare il portone di accesso del Monastero, edificato nel 1350 e successivamente ricostruito nei primi anni del XVIII secolo, in seguito al terremoto del 1693.

Nel corso dei secoli, il Monastero e la vita claustrale che racchiude, hanno ispirato scrittori e registi, divenendo l’ambientazione del romanzo di Giovanni Verga Storia di una capinera e dell’omonimo film, girato da Franco Zeffirelli proprio in via Crociferi.

Al Complesso monumentale appartiene anche la Chiesa di San Benedetto, fra le più importanti chiese del barocco siciliano e fra le più belle d’Europa. La chiesa fu mirabilmente affrescata dall’artista messinese Giovanni Tuccari in appena tre anni, fra il 1726 ed il 1729 e che proprio per la velocità della sua opera fu definito il fulmine del pennello. All’interno della chiesa va citata la preziosità dell’altare, interamente realizzato in diaspro siciliano con intarsi in oro zecchino e argento, la cantoria del 1712, dal quale ancora oggi è possibile udire l’armonioso coro delle suore di clausura e la monumentale scalinata degli angeli, che introduce all’interno della Chiesa. Suggestive, inoltre, sono le grate e le gelosie che caratterizzano il luogo.

Il percorso guidato all’interno del Complesso monumentale, ideato nel pieno rispetto delle religiose di clausura che ancora oggi abitano il Monastero, è stato progettato con l’intento di unire tre differenti dimensioni del racconto storico: l’archeologia, l’architettura e l’arte in maniera da fornire allo spettatore una panoramica della storia del Monastero che parte dai resti della domus romana recentemente scoperta all’interno del Monastero, fino all’attuale riqualificazione dei locali della badia piccola del Convento, dove ha sede il Museo di Arte Contemporanea Sicilia – MacS.

Con grande armonia, il Museo unisce la bellezza architettonica monastica settecentesca alla modernità dell’arte contemporanea. Il MacS è il tratto di unione che parte dalla lontana tradizione pittorica barocca, per approdare alla contemporaneità, promuovendo la conoscenza del panorama italiano ed internazionale dell’arte contemporanea.

17/06/2017 0 commenti
Città

Teatro Massimo Vincenzo Bellini

da GGulisano 17/06/2017
scritto da GGulisano

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Il teatro Massimo è il luogo della messa in scena dell’opera lirica.  La sua costruzione fu travagliata: più volte interrotta per mancanza di fondi, terminò alla fine dell’Ottocento con l’inaugurazione ufficiale, il 31 maggio 1890, durante la quale venne messa in scena la rappresentazione della “Norma” di Vincenzo Bellini, il celebre compositore catanese cui il teatro è dedicato.

Fu l’architetto Carlo Sada a progettare e realizzare l’edificio, sul preesistente teatro incompiuto disegnato da Stefano Ittar nel Settecento. All’esterno il teatro è realizzato seguendo lo stile veneziano, all’interno è ricco di affreschi e sculture, tra le quali regna quella in bronzo, raffigurante Vincenzo Bellini, realizzata da Salvo Giordano e posta nel foyer.

La sala centrale è composta da quattro ordini di palchi e gallerie, sovrastati dal suggestivo soffitto affrescato da Ernesto Bellandi, che rappresenta “l’Apoteosi di Bellini”. Il teatro Bellini è stato celebrato da diversi tenori, tra i quali ricordiamo Stefano Gigli, per la sua acustica eccezionale, al pari del San Carlo di Napoli e della Fenice di Venezia.

17/06/2017 0 commenti
Città

Castello Ursino o Svevo Di Catania

da GGulisano 17/06/2017
scritto da GGulisano

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Il Castello Svevo di Catania è un grande complesso edilizio ad ali con corte centrale. Ogni lato misura circa 50 metri, ed ai quattro angoli vi sono torri circolari di poco superiori ai 10 metri. Delle torri semicilindriche mediane solo due si sono conservate, ma è certa anche l’esistenza delle altre due mancanti. Le mura, realizzate in pietra lavica, presentano spessore di metri 2,50.

L’aspetto esterno del Castello è caratterizzato da numerose aperture in buona parte posteriori al progetto originario. All’interno, originariamente, l’edificio svevo presentava al pianterreno quattro ali edilizie con ambienti a pianta rettangolare coperti ognuno da tre volte a crociera; quattro stanze quadrate, anch’esse coperte da crociere, raccordavano tra loro i saloni. L’aspetto originario si è mantenuto nell’ala settentrionale che conserva integro il trionfo delle cinque crociere. Secondo un recente contributo il progetto originario prevedeva un piano superiore solo sull’aria settentrionale, diversamente da quello che sosteneva Giuseppe Agnello, secondo il quale il piano superiore era stato previsto nel disegno federiciano, realizzato e poi trasformato tra il XV e il XVI secolo.

Il Castello è sede del Museo Civico dal 20 ottobre 1934. Esso ospita le raccolte civiche in cui sono presenti le sezioni archeologiche Medievale, Rinascimentale e Moderna. Vi si conservano 8043 pezzi tra reperti archeologici, epigrafi, monete, sculture, pitture, sarcofaghi fittili greci, romani, mosaici. Sono presenti infatti vari reperti archeologici provenienti dalle città e dai territori di Catania, Paternò, Centuripe, Lentini, Roma, Trapani, Caltagirone (ceramiche), Ercolano, Camarina. Inoltre si conserva la statua fittile di Kore trovata ad Inessa-Civita in territorio di Paternò. Nel museo è custodita l’iscrizione latina trovata nella fonte dell’antico acquedotto greco-romano presso il monastero benedettino di Santa Maria di Licodia già in territorio di Paternò.

Il Castello ospita anche, nelle splendide sale situate al piano terra, un prezioso patrimonio composto da donazioni di illustri catanesi, opere provenienti da chiese e conventi soppressi, dal Museo dei Benedettini e dalla collezione del principe di Biscari. Il nucleo principe della raccolta di questo illustre catanese è costituito da materiale archeologico proveniente dagli scavi eseguiti a Catania, nonché da acquisti fatti a Napoli, Roma, Firenze. Tra i pezzi più pregevoli della collezione alcuni splendidi vasi attici, terrecotte arcaiche ed un cospicuo gruppo di bronzi.

Il Castello inoltre ospita spesso mostre itineranti di rilevanza nazionale ed internazionale.

17/06/2017 0 commenti
Città

Cattedrale di Sant’Agata (Duomo di Catania)

da GGulisano 17/06/2017
scritto da GGulisano

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La Cattedrale di Sant’Agata o duomo di Catania, è situata sul lato est della omonima piazza e fu edificata in onore della santa patrona della città. Essa fu costruita sui resti delle Terme Achilliane che sono delle strutture termali risalenti al IV-V secolo e situate sotto Piazza del Duomo.

Vi si accede mediante un corridoio con volta a botte ricavato nell’intercapedine tra le strutture romane e le fondamenta della Cattedrale di Sant’Agata.

La Cattedrale dovette subire diversi eventi catastrofici come il terremoto del 1169 e l’incendio del 1194.

Fu colpita anche dal sisma originatosi nella Val di Noto che rase quasi al suolo la struttura la quale venne ricostruita nel 1711, grazie all’architetto Gian Battista Vaccarini e che realizzò la facciata in stile barocco siciliano. Il portone principale in legno è costituito da trentadue formelle, finemente scolpite, illustranti episodi della vita e del martirio di Sant’Agata, stemmi di diversi papi e simboli della cristianità, mentre ai lati della porta si possono ammirare le statue di san Pietro e Paolo. Il campanile risale al 1387 avente un’altezza superiore ai 70 metri. Accanto alla cattedrale è presente una torre che venne riedificata in seguito al sisma del 1693, evento che causò la morte di 7.000 fedeli che erano radunati in preghiera all’interno della chiesa.

La Cattedrale è costituita da tre navate adornate da opere pittoriche. Sulla cappella è possibile ammirare un crocifisso e ai suoi lati sono state disposte due statue, quella di san Giovanni e della Madonna Addolorata e vi sono custodite le reliquie della santa con gioielli e pietre preziose.

Nel 1232 la città di Catania ed altre città siciliane, parteciparono ad una rivolta contro gli Svevi, tuttavia Federico II di Svevia, re di Sicilia, per punire i rivoltosi minacciò di uccidere tutti gli abitanti e chi ne faceva parte e di radere al suolo la città. Subito dopo si pentì e invalidò l’ordine poiché assistendo ad una messa in cattedrale lesse una frase “non offendere la patria di Sant’Agata, poiché è vendicatrice dei misfatti”, comparsa miracolosamente sul suo libro.

Di fronte all’altare è stata collocata la tomba di Vincenzo Bellini, musicista catanese di rinomato prestigio.

17/06/2017 0 commenti
Città

Il Vulcano Etna

da GGulisano 17/06/2017
scritto da GGulisano

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L’Etna (chiamato anche Mungibeddu o ‘a Muntagna, in siciliano) è un complesso vulcanico attivo originario nel Quaternario. È il più alto d’Europa e Patrimonio UNESCO dell’Umanità dal 2013.

Sorge nel territorio della Provincia di Catania, ergendosi per 3.343 metri sul livello del mare. Il suo diametro è di circa 45 chilometri, e occupa una superficie di 1570 km², caratterizzata da una diversità di ambienti unica al mondo: si va dalle zone sterili in pietra lavica, normalmente ricoperte di neve in inverno, a quelle folti e rigogliose della macchia, fino ai caratteristici vigneti, e ospita numerose specie endemiche della fauna e della flora locali, come la saponara e la ginestra dell’Etna, la camomilla e il caglio dell’Etna, oggi sotto la protezione dell’Ente Parco Naturale creato nel 1987.

Il suo nome deriva dalla pronuncia in greco antico itacista del nome Aitna, che deriva dal verbo ’aitho’, ovvero bruciare. Lo stesso nome fu anche attribuito alle città di Katane e Inessa; in epoca romana era dunque conosciuto col toponimo di Aetna.
Gli scritti in lingua araba si riferivano ad essa come la ‘Montagna di fuoco’; questo nome fu più tardi mutato in Mons Gibel, da cui Mongibello (o anche Montebello).

Il termine Montebello rimase in uso fin quasi ai nostri giorni nostri; ma per alcuni le sue origini deriverebbero da Mulciber, uno degli epiteti attribuito dai latini al dio Vulcano. Oggi il nome Mongibello viene utilizzato per indicare solo la parte sommitale dell’Etna: l’area dei due crateri centrali e dei crateri sud-est e nord-est.

Le eruzioni regolari della montagna, l’hanno resa oggetto di grande interesse per la mitologia greca e romana, tramandate a noi tramite una mescolanza di credenze popolari, anche di epoche successive, che hanno tentato di spiegarne e giustificare il comportamento del vulcano.

Il dio Eolo, da cui le isole Eolie prendono il nome, si dicesse avesse qui la sua ‘dimora dei venti’.
Secondo il poeta Eschilo, era il gigante Tifone, che ivi vi risiedeva, il motivo delle molteplici eruzioni del vulcano; un’altra leggenda greca narra che invece, imprigionato nelle sue cavità, potesse esserci il gigante Encelado, una storia di cui parla anche Virgilio. Encelado venne sepolto da Atena sotto un enorme cumulo di terra, dopo essersi ribellato agli dei; sdraiatosi sotto quella che è l’Isola, la sua bocca dovrebbe rappresentare l’Etna.

Ma per i Romani, le ragioni ditale sconquasso fanno il paio con quella greca del dio Efesto. Si dice che Efesto, o Vulcano, avesse infatti la sua fucina proprio sotto l’Etna, che serviva a produrre le saette usate da Zeus e le varie armi degli dei. Altri fecero invece coincidere l’Etna con il ‘mondo dei morti’ greco, il Tartaro. Si racconta che Empedocle, importante filosofo presocratico del V secolo a.C., si gettò nel suo cratere per scoprire il segreto della sua attività eruttiva; si dice che il suo corpo sarebbe stato in seguito ritrovato al largo della costa siciliana, anche se risulterebbe morto in Grecia.

Ma il mondo greco e romano non furono gli unici a prendere spunto dalla spettacolare quanto pericolosa attività eruttiva dell’Etna. Per gli inglesi infatti, Re Artù risiederebbe in un castello sull’Etna, che ha il suo ingresso nelle tante e misteriose grotte che ne costellano le pendici. Secondo un’altra leggenda inglese, l’anima della regina Elisabetta I d’Inghilterra risiederebbe qui, come conseguenza di un patto che ella fece col Diavolo, in cambio dell’aiuto per governare il Regno.

L’Etna si è formato nel corso dei millenni con un processo di costruzione e distruzione iniziato intorno a 570.000 anni fa. Al suo posto si ritiene vi fosse un ampio golfo, nel punto di contatto corrispondente alla catena dei monti Peloritani a Settentrione e all’altopiano Ibleo a Meridione. Fu proprio il colossale attrito tra le due zolle a dare origine alle prime eruzioni sottomarine e quindi ai primi coni vulcanici. Oggi, di queste antiche attività restano gli splendidi affioramenti della “Riviera dei Ciclopi” con i suoi scogli basaltici, le brecce vulcaniche vetrose e le lave a pillow che caratterizzano la rupe di Aci Castello, ma anche i colonnari presenti nel terrazzo fluviale del Simeto, fino alla costa Ionica.

Ad una fase successiva, compresa tra i 350.000 ed i 200.000 anni fa, appartengono le cosiddette vulcaniti tholeiitiche basali, cioè magmi simili a quelli che vengono prodotti in alcune aree del mantello terrestre, e la formazione del Neck di Motta, una rupe isolata di lave colonnari su cui è sorto il centro storico di Motta Sant’Anastasia.

Si ritiene che tra 200.000 e 110.000 anni fa, ci fu uno spostamento degli assi eruttivi verso Nord e Ovest con un completo mutamento nell’attività di risalita e nella composizione chimica dei magmi, che oggi costituiscono il grosso dell’attività etnea; in prossimità della costa ionica, sorge un sistema di faglie dirette denominato delle Timpe, e i prodotti alcalini che ne derivano.

Durante il Tarantiano, l’attività eruttiva si sposta dalla zona Val Calanna-Moscarello. Qui si passerà gradualmente ad un’attività di tipo centrale, caratterizzata da eruzioni effusive ed esplosive. Questo tipo di attività porterà alla formazione di diversi centri eruttivi, il cui principale è Monte Calanna, oggi inglobato al di sotto del vulcano. Circa ottantamila anni fa entrò in attività un nuovo complesso, detto Trifoglietto; un vulcano di tipo esplosivo caratterizzato da eruzioni simili a quelle del Vesuvio e di Vulcano delle isole Eolie. L’attività vulcanica si spostò poi ancor più ad ovest, a Trifoglietto II (dai 70 ai 55.000 anni fa): il suo collasso ha dato origine all’immensa caldera della Valle del Bove, profonda circa mille metri e larga cinque chilometri.

Intorno a 55.000 anni fa, si verifica un’ulteriore spostamento verso nord-ovest: è la fase detta dello stratovulcano, che porterà alla formazione del più grosso centro eruttivo: il ‘Vulcano Ellittico’, che probabilmente doveva raggiungere i 4.000 metri d’altezza. Le eruzioni laterali dell’Ellittico hanno prodotto la graduale espansione dell’edificio vulcanico, che hanno causato un radicale cambiamento dell’assetto idrografico del settore nord e nord-orientale. L’intensa e continua attività dell’Ellittico, all’interno dell’arco degli ultimi 15.000, anni riempirà del tutto la caldera, arrivando alla formazione dell’edificio vulcanico che forma il Mongibello.

Nel corso del tempo si sono avute fasi di stanca e fasi di attività, che portarono infine al collasso del Mongibello, intorno agli ottomila anni fa; le lave sono quindi tornate ad essere di tipo fluido basaltico, e si sono formati altri coni, alcuni in epoca recente. Il vulcano attuale è costituito essenzialmente da 4 crateri sommitali attivi: il cratere centrale o Voragine, il cratere subterminale di Nord-est (formatosi nel 1911), la Bocca Nuova (del 1968) e il cratere subterminale di Sud-est (del 1971), SEC.
Alla fine del 2011, alla base del SEC si è sviluppato quello che gli studiosi hanno ribattezzato come Nuovo Cratere di Sud-Est (NSEC), la quinta bocca dell’Etna. L’Etna presenta inoltre diverse piccole bocche laterali collocate a varie altitudini, che costituiscono i prodotti delle diverse eruzioni laterali del tempo. Esistono poi centri eruttivi eccentrici caratterizzati dalla non condivisione del condotto con il vulcano principale, come i monti Rossi, in prossimità di Nicolosi e il monte Mojo, da cui si diceva in passato, fossero derivate le Grotte dell’Alcantara e il promontorio Schisò su cui i Greci costruirono Naxos, la loro prima colonia.

Si dice che quando l’Etna eruttò, nel 252, un anno dopo il martirio di Santa Agata, il popolo di Catania prese il velo della Santa, e lo portò in processione in segno di protezione. Il velo portò alla cessazione dell’attività eruttiva, che più volte risparmiò la città di Catania. Oggi custodito presso la Cattedrale, insieme ad altre reliquie della Santa, si dice che passò da bianco a rosso per il contatto con la lava; altri ancora sostengono che invece divenne rosso perché avvolse il corpo della Santa dopo il martirio con i carboni ardenti.

Molte le eruzioni, e i terremoti conseguenti che hanno caratterizzato non solo la conformazione geografica e idrogeologica (nonché botanica) del luogo, ma anche l’assetto urbano della Provincia in particolare. La prima, e più notevole, è quella del 1614; durò all’incirca 10 anni, e portò alla formazione della rinomata Grotta del Gelo, una cavità dove la temperatura non va mai al di sopra dello zero, nemmeno d’estate.

Nel 1669 avvenne una delle eruzioni più conosciute e distruttive, che distrusse la parte esterna della città di Catania, circondando Castello Ursino e travolgendo o danneggiando gravemente, con un terremoto, i comuni di Nicolosi, Trecastagni, Pedara, Mascalucia e Gravina. Successivamente, a Nicolosi si aprì una faglia nella crosta la cui lava seppellì i paesi di Malpasso, Mompilieri, Camporotondo, San Pietro Clarenza, San Giovanni Galermo e Misterbianco; dall’eruzione epica, della durata di 121 giorni, si formarono i due coni che hanno generato i Monti Rossi, a Nord di Nicolosi.

17/06/2017 0 commenti
Leggende e Tradizioni

Il cavallo del vescovo di Catania

da GGulisano 15/06/2017
scritto da GGulisano

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Racconta questa leggenda che il crudele imperatore svevo Enrico VI, che regnò in Sicilia dal 1194 al 1197, impose in Sicilia vescovi e dignitari a lui fedeli, e suoi degni rappresentanti anche quanto a ferocia.

Uno di questi crudeli funzionari imperiali era il vescovo di Catania, il quale una volta affidò il suo cavallo più bello ad uno scudiero e a due palafrenieri, per portarlo a passeggio sulle balze dell’Etna.

Il cavallo a un certo punto, si imbizzarrì, e comincio a correre verso la cima del vulcano; soltanto lo scudiero lo seguì, perché i due palafrenieri, stanchi della corsa, preferirono ritornare a Catania.

Il crudele vescovo svevo li fece immediatamente decapitare.

Lo scudiero seguì il cavallo del vescovo fin sulla vetta dell’Etna; ma, arrivato sull’orlo del cratere centrale, il cavallo diede un balzo, e vi sparì dentro.

Il povero scudiero si mise a piangere, non vedendo più il suo bel cavallo, e pensando a quale sorte lo aspettava se fosse tornato a mani vuote dal suo inesorabile signore; quando improvvisamente vide accanto a sé un vecchio, dalla solenne barba bianca, che gli disse: “Io so perché tu piangi; vieni con me, e ti mostrerò dov’è il cavallo del vescovo di Catania”.

E, rinfrancatolo e presolo per mano, lo condusse per un passaggio misterioso, attraverso il fumo del vulcano, dentro una sala meravigliosa, piena di cristalli e di lampadari scintillanti, dove c’era un trono tutto d’oro, e sul trono c’era re Artù (che secondo una leggenda inglese vive ancora sull’Etna).

Il re gli disse che sapeva tutto di lui e del crudele vescovo di Catania, e gli mostrò, in fondo alla sala, il cavallo che egli cercava, ed aggiunse: “Torna dal tuo vescovo, e digli che sei stato alla corte di re Artù; e digli anche che la sua crudeltà e la sua prepotenza, in cui egli è degno rappresentante del suo imperatore Enrico VI, hanno stancato persino la pazienza di Dio, che presto lo punirà per mio mezzo; e digli infine che se vuole cavallo, deve venire a riprenderselo lui stesso, salendo a piedi fin qui ; ma se non verrà entro quattordici giorni, al quindicesimo giorno egli morirà”.

E detto questo lo congedò, dopo avergli regalato un ricco mantello e una borsa piena di denari.

Lo scudiero, improvvisamente, si ritrovò sull’orlo del cratere, e avrebbe veramente creduto di aver sognato, se non avesse avuto il ricco mantello sulle spalle, e la borsa piena di denari nelle mani. Ritornò a Catania, ma il crudele vescovo non gli credette, anzi sostenne che lo scudiero aveva venduto il cavallo, e che i doni di re Artù erano tutto una menzogna; ma, colpito dall’accento di verità del suo sevo, non ordinò di decapitarlo, come aveva fatto con i palafrenieri, e lo fece imprigionare.

Per 14 giorni, lo faceva venire dinanzi a sé e lo interrogava, e lo scudiero raccontava sempre la stessa storia di re Artù; il vescovo non voleva umiliarsi e riconoscere le sue colpe, e mandava sempre gente sull’Etna a cercare il suo cavallo, e la gente non tornava più.

Così si andò avanti per 14 giorni; all’alba del 15° giorno il vescovo, esasperato, si fece venire davanti l’intrepido scudiero.”Tu sei uno stregone” lo investì ,”tu ti sei divertito a fare scomparire non solo il mio cavallo, ma anche i miei cavalieri e le mie guardie. E io ti darò ora il premio che si conviene agli stregoni come te: non la forca o la decapitazione, ma il rogo. Orsù, guardie, prendetelo e bruciatelo vivo!”. Nel dir così si alzo in piedi, ma strabuzzò gli occhi, diede una giravolta, e cadde morto stecchito.

La profezia di re Artù si era avverata, e il crudele vescovo aveva terminato per sempre di tormentare i catanesi.

Ed anche sul feroce imperatore Enrico VI di Svevia si abbatteva inesorabile la vendetta divina, perché moriva appena trentaduenne a Messina, il 25 settembre 1197, ed è sepolto nel duomo di Palermo, assieme alla consorte Costanza d’Altavilla e al grande figlio Federico II di Svevia.

15/06/2017 0 commenti
Leggende e Tradizioni

Il terremoto del 1693

da GGulisano 15/06/2017
scritto da GGulisano

Sicilia Sisma 1693

La Catania del Seicento subì parecchie dolorose sventure; tra esse, particolarmente gravi furono l’eruzione lavica del 1669 e soprattutto il catastrofico terremoto dell’11 gennaio 1693, che praticamente distrusse la città.

A questo spaventoso cataclisma sono legate due leggende catanesi, quella di “don Arcaloro”, e quella del vescovo Carafa.

La prima di queste due leggende narra che nella mattinata del 10 gennaio 1693 si presento’ al palazzo del barone catanese don Arcaloro Scammacca una nota e temibile fattucchiera locale, e con la sua vociaccia a don Arcaloro che si affacciasse subito, perché gli doveva dire una cosa di somma urgenza e di grandissima importanza: ne andava di mezzo la vita!

I servi non volevano lasciarla passare, ma don Arcaloro, conoscendo il tipo, ordinò che la facessero salire.

La vecchia strega allora confidò al barone che quella notte aveva sognato sant’Agata, la quale supplicava il Signore di salvare la sua città dal terremoto.

Ma il Signore aveva rifiutato di concedere la grazia, a causa dei gravi peccati commessi dai catanesi; ed aggiunse la tremenda profezia “Don Arcaloru, don Arcaloru, dumani. A vintin’ura, a Catania s’abballa senza sonu” (Don Arcaloro, Don Arcaloro – domani, alle quattordici – a Catania si ballerà senza musica!).

L’accorto barone capì subito quale <<ballo senza musica>> avrebbe ballato Catania il giorno dopo; e dopo aver ricompensato lautamente la vecchia fattucchiera, si rifugio in aperta campagna, dove attese l’ora fatale : e puntualmente, all’ora indicata dalla strega, il terremoto si verifico’ con tutte le sue catastrofiche conseguenze.

La seconda leggenda relativa al terremoto del 1693 è quella che riguarda il vescovo Francesco Carafa, che resse la diocesi di Catania dal 1687 al 1692.

La leggenda dice che questo buon vescovo, mediante le sue fervorose preghiere, era riuscito per ben due volte a tenere lontano dalla sua amata città il flagello del terremoto.
Ma nel 1692 egli morì, e l’anno appresso, venute meno le sue preghiere, Catania rovinò.

Tutto questo viene riportato in una iscrizione conservata nel Duomo di Catania.

15/06/2017 0 commenti
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